La ‘madre del mondo’ è ancora in lutto

Al Cairo vi ero arrivato dopo alcuni giorni nella oscenamente turistica Hurghada, con un pullman diretto – 75 lire egiziane, sei ore e mezza, diverse partenze al giorno – e mi ero installato allo Suisse Hotel, un brutto alberghetto dove una singola senza bagno privato mi costava 50 lire. Ma almeno ero a pochi passi da Tahrir, la piazza simbolo della rivoluzione egiziana.

Il buffo dell’Africa. Quando agli inizi di febbraio dell’anno scorso arrivavo in Africa il mio volo aveva fatto scalo a Tripoli. Quando lo avevo prenotato ancora non lo potevo sapere, ma era stata una fortuna. Nella più trafficata Cairo infatti erano in corso i violenti sconvolgimenti di quella che si sarebbe poi trasmessa nei Paesi limitrofi come la ‘Primavera Araba’, e il traffico aereo era stato interrotto o almeno si protraeva tra grossi disagi. Mentre otto mesi più tardi risalivo il continente in cerca del Mediterraneo, era la Libia ad essere in piena guerra civile, con i ribelli alle porte di Tripoli e Gheddaffi asserragliato nel suo super bunker insieme agli ultimi fedeli.

Il nome in arabo della capitale dell’Egitto è Es-Cairo, ma è anche nota come Umm el Dounia, la ‘madre del mondo’. Ed è una cosa buffa, visto che io avevo cominciato il mio viaggio a Cape Town, a tutti nota come la mother town. Da una madre all’altra, un cerchio che si chiude, un ciclo compiuto, bla bla bla…

Comunque ero al Cairo, la capitale più antica del mondo, e non era certo solo il Museo Egizio ad interessarmi, né ero lì per il pur bellissimo quartiere copto o per la Old Cairo di antico fascino mediorientale. In città era ancora in corso una rivoluzione, sebbene apparentemente pacifica, e a pochi passi dal mio albergo ogni venerdì si riunivano migliaia di manifestanti in piazza Tahrir, per discutere, leggere comunicati, far sentire la propria presenza alla giunta militare che da febbraio aveva preso il potere con ambigue promesse di elezioni e democrazia.

Un sabato, giorno festivo della settimana per gli egiziani, sono sceso in strada e mi sono diretto verso Tahrir. La piazza, come era solito tra venerdì e sabato, era gremita di manifestanti. Mi sono aggirato per un po’ tra di loro, cercando di cogliere il senso di alcuni comizi, ma il mio scarso livello di arabo non mi permetteva di capire granché. Così dopo un po’ sono tornato sui miei passi e ho fatto un giro in città in cerca di un posto dove pranzare. Quando nel pomeriggio sono tornato verso Tahrir la scena era piuttosto drammatica. Centinaia di poliziotti in assetto anti-sommossa avevano circondato i manifestanti che si erano asserragliati al centro della piazza. E altrettanti poliziotti erano in attesa sui veicoli pronti a intervenire. Dalla piazza gli piovevano contro insulti e sberleffi, e i ragazzi in divisa, tutti giovanissimi, guardavano fissi davanti a loro, forse cercando di non far trapelare l’incertezza o la paura. Erano in attesa di un ordine. Sono rimasto ad assistere ai margini per almeno quaranta minuti, quando improvvisamente gli agenti che attendevano sui veivoli ne sono usciti e sono andati a raddoppiare il cordone intorno ai manifestanti. Un’altra attesa, poi finalmente l’ordine: ritirarsi. Senza colpo ferire, l’impressionante forza di polizia è ritornata ai proprio veicoli e ha lasciato la piazza, mentre dai manifestanti giungevano insulti e canzonatori adii e saluti.

Era evidente che la giunta militare sapeva di avere gli occhi di tutto il mondo puntati addosso, non si poteva permettere di fare sfoggio di indiscriminata violenza come nei bei tempi andati. Ritenevo essere questo almeno un esiguo traguardo raggiunto dalla rivoluzione fino a quel momento. Non avrei mai pensato di sentire di nuovo parlare di torture, arresti preventivi e uccisioni solo due mesi dopo, mentre erano già in corso le elezioni per l’Assemblea del Popolo.

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Un anno dopo

Esattamente un anno fa scoppiava in Egitto la seconda grande rivoluzione – dopo quella tunisina – della Primavera Araba. A Piazza Tahrir, Cairo, migliaia di manifestanti si raccoglievano per protestare contro il regime di Mubarak, contro le tremende condizioni di vita della popolazione e a favore della libertà di pensiero ed espressione. Scontri, centinaia di vittime, accuse di repressione e di tortura, avrebbero condotto in circa due settimane alla capitolazione di Mubarak ora sotto processo per i reati commessi contro il suo stesso popolo. Sono seguiti lunghi mesi in cui il governo di transizione dei militari ha arginato le proteste – e le richieste – della popolazione, rimandato di molte volte le elezioni e soffocato la rivoluzione di Tahrir fino a che le vecchie forze politiche non si sono date una spolverata, hanno adottato un leggero cambio di immagine e sono tornate a raccogliere consensi tra le frange di popolazione più povere, isolate, ignoranti e spaventate.

Da un paio di giorni si è insiediata al Cairo la nuova Assemblea del Popolo, che vede rispecchiarsi la vittoria schiacciante del partito dei Fratelli Musulmani, Libertà e Giustizia, il cui leader è anche Presidente dell’Assemblea. Il secondo partito è quello dei salafiti, i musulmani ultra-ortodossi che invocano a gran voce la sharìa e il ritorno al più antico e bieco tradizionalismo islamico. Mentre infatti i Fratelli Musulmani negli ultimi tempi si sono aperti a un cauto revisionismo della dottrina e hanno abbracciato alcune posizioni moderate – forse più per calcolo politico che per reale mutamento di coscienza  – i salafiti vorrebbero cacciare le donne dal mondo dell’istruzione e del lavoro, bandire il consumo di alcolici e ridurre drasticamente il mercato del turismo, ammettendo solo quello di matrice religiosa. Uno scenario assolutamente tragico, soprattutto se ripenso a quanto ore ho passato in piazza Tahrir in prima persona, tra i manifestanti, tra giornalisti e accademici che tenevano comizi sulle libertà civili e personali, sul ruolo della donna, l’importanza dei giovani, del futuro, del progresso. Ancor più drammatico se penso che la maggiorparte delle persone che vedevo intorno a me erano giovani sotto i quarant’anni, in gran parte studenti e giovani professionisti, moderni, intelligenti, liberi. E tante, tantissime donne, non solo tra la folla, ma anche sui palchi dei comizi a leggere dichiarazioni, a discutere, a lottare per far sentire la propria voce. E ora tutte queste persone corrono il rischio di essere nuovamente messe in silenzio da un governo dispotico e aucratico.

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Altro che giungla

Metà settembre, le fasi concludenti di un lungo viaggio. Era giunto il momento di fare qualcosa che con gli scopi della mia impresa non aveva proprio nulla a che vedere. Qualcosa di imprevisto, di audace. Un’esperienza ben diversa da tutte le altre e dall’esito imperscrutabile. Il solo pensiero mi rendeva cupo e perplesso, mi riempiva la mente di interrogativi, il cuore di ansie e lo stomaco di farfalle, ma ormai avevo già preso degli accordi e non potevo più sottrarmi ai miei impegni. Era giunto il momento di andare in un villaggio turistico.

Qualche tempo addietro, mentre ancora mi trovavo in Uganda, mia cugina Katia mi aveva scritto per farmi sapere che a settembre avrebbe trascorso una settimana di vacanza in Egitto con una sua amica. La loro meta era Hurghada, una località sul Mar Rosso famosa per le immersioni subacquee, piena zeppa di turisti – soprattutto russi – e di venditori di souvenirs. Un posto da evitare, per i miei standard, ma l’idea di rivedere delle facce familiari dopo tanto tempo era una tentazione troppo invitante. In fondo ero arrivato anch’io in Egitto a settembre, e arrivare sulle coste del Mar Rosso costituiva una deviazione irrisoria se rapportata ai 14 mila chilometri che avevo già percorso. Inoltre era prevista una sistemazione ‘all-inclusive’ con beveraggi illimitati, e io non vedevo una birra da mesi.

Il giorno della mia partenza mi sono diretto di buon mattino al terminal dei minibus di Esna. Il mio amico Mohammed mi aveva detto che avrei dovuto trovare un veicolo per Ghenna, e da lì per Hurghada. Io mi fidavo, ma sinceramente ‘Ghenna’ non sapevo neanche dove si trovasse. Non ero riuscito a trovarla nemmeno su googlemap, così ho cominciato a chiedere agli autisti di minibus. È saltato fuori che ‘Ghenna’, ‘Qina’ – googlemap – e ‘Kenna’ – tabelle dei minibus – sono la stessa cosa. Il solito problema della translitterazione fonetica dai caratteri arabi a quelli occidentali.

Il primo biglietto del viaggio mi è costato sette lire egiziane, meno di un euro per 120 chilometri da percorrere in circa tre ore. Alle porte della città, nei pressi di un posto di controllo della polizia, un altro autista ha infilato la testa nel nostro veicolo e ha iniziato a urlare ‘Udarga! Udarga!’. Prima ancora di capire che si trattava del nome in arabo per la mia destinazione ero già stato catapultato fuori dal minibus dagli altri passeggeri, che non si volevano certo far scappare l’opportunità di aiutare un altro turista rimbambito. L’autista in questione guidava uno ‘shared-taxi’, una vecchia station-wagon che sarebbe partita solo quando avrebbe raccolto altri sei passeggeri da schiacciare sui sedili posteriori. Mi sono seduto sul mio zaino e, come già avevo fatto molte altre volte in precedenza, ho aspettato.

Dopo circa due ore mancava una sola persona per portare la macchina al completo. Visto che in cinque già si stringevano sui sedili posteriori, era evidente che l’ultimo passeggero sarebbe salito davanti con me. Ho considerato la situazione un segnale, unitamente al fatto che il traffico per Qena – o Qina, o Ghenna – se era interrotto, e mi sono offerto di pagare per due purché si partisse immediatamente. Costo totale del servizio, venticinque lire (3 euro) per 220 chilometri o quattro ore di viaggio. Ci stavamo staccando dall’autostrada che costeggia il Nilo, e fino a Safaga c’era il deserto interrotto solo da qualche ristorante messo lì apposta per rifocillare i viaggiatori e i mezzi di passaggio.

Una volta in città, il mio autista mi ha scaricato a un incrocio. A quanto pareva l’albergo dove ero diretto, il Sultan Beach Hotel in Corniche Street, era oltre il suo raggio d’azione. Ho preso un altro taxi – questa volta da solo – per coprire gli otto chilometri circa che mancavano. Costo di questi cinque minuti di viaggio: 30 lire. Ero proprio arrivato a Hurghada.

L’albergo era maestoso, o forse non ero più abitutato a un posto che non fosse composto dalle solite baracche di lamiera in mezzo al fango. Mia cugina e la sua amica erano arrivate il giorno prima in aereo. Avevano prenotato solo per loro stesse ma erano sicure che non ci sarebbero stati problemi a trovare una camera anche per me, magari a un prezzo ancora più conveniente visto che non sarei passato per l’agenzia. È stata una vera e propria doccia fredda sentirci dire dal concierge che se volevo una camera senza prenotazione mi sarebbe costata la bellezza di sessanta euro al giorno, circa quello che fino a quel momento spendevo in dieci giorni. Senza perdermi d’animo mi sono diretto all’ancor più bello Hor Palace, proprio lì accanto, ho preso una camera per una notte – trentacinque euro – e la sera stessa ho prenotato da un internet cafè quattro notti al Sultan Beach. Il giorno dopo mi sono presentato allo stesso concierge con la mia prenotazione in mano e mi sono fatto portare i bagagli in una lussuosa camera doppia, per venticinque euro compresi i pasti e le bevande. Ciononostante avevo speso in un giorno quello che normalmente mi sarebbe bastato per un mese.

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Yes-man! – o della Stella degli Ingenui

Alla fine Esna si è rivelata proprio una piacevole sorpresa. Una città molto rurale, ma con un certo fascino. Il mercato in riva al fiume, la bancarelle di frutta e dolciumi, le sedie in fila sugli argini per bere tè e fumare shisha. Ero senza dubbio l’unico occidentale in giro, e la gente mi guardava con benevolenza e curiosità. Nessuno mi tirava o chiamava per vendermi qualcosa, ma chi ne aveva il tempo mi fermava per offrirmi un tè e chiedermi da dove venissi.

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Il mattino successivo al mio arrivo sono uscito in esplorazione con la mia macchina fotografica. Mi sono inoltrato fino al tempio, una costruzione che risale all’epoca romana, ai tempi dell’imperatore Claudio, ma di cui non rimane granché. Omar, un commerciante di stoffe con un negozio proprio in parte all’ingresso del tempio, mi ha notato mentre mi guardavo intorno con aria disorientata e si è subito offerto di andare a prendermi il biglietto nell’ufficio turistico poco distante. Mi sono dovuto rendere conto che in viaggio sono un vero e proprio ‘yes-man’. Senza pensarci un attimo gli ho messo in mano 200 lire egiziane e mi sono seduto ad attenderlo senza la minima preoccupazione nel suo negozio. La stella degli ingenui mi ha graziato ancora una volta, perché in pochi minuti il giovane negoziante è tornato con il resto e il mio biglietto, sul cui retro era ben stampato il costo di venti lire a cui Omar non ha aggiunto neanche un centesimo.

La visita al tempio è risultata molto gradevole, più che quella ad Abu Simbel. Le ventiquattro colonne con gli elaborati capitelli, le incisioni esterne ed esterne, ma soprattutto mi è piaciuto il fatto che mi ci sono imbattuto per caso, che è in città e non ho dovuto passare tre ore su un autobus, che non ho dovuto pagare niente dieci volte più del normale e che ero quasi l’unico visitatore. C’erano un paio di comitive con tanto di guida, in effetti, ma me ne sono fatto una ragione. Tornato fuori Omar mi aspettava per bere un tè insieme e fare due chiacchiere. Mi ha raccontato dei due anni a Sharm el Sheik, io gli insegnato un paio di parole in italiano – ‘se non lo vuoi pagare è inutile che lo guardi’ e ‘tua moglie ha delle belle tette’ – e lui ha ricambiato con un po’ di arabo.

Inoltrandomi nell’area meno appariscente della città mi sono fatto offrire un altro tè da un uomo che con il fratello ha una piccola lavanderia. Possibile che la gente qui fosse davvero così genuinamente gentile e ospitale? Pareva di sì, a giudicare dai sorrisi con cui mi salutavano e i vari ‘welcome!‘ con cui vengo accolto. I ragazzini però erano delle pesti. Già durante il tè avevo notato che si azzuffavano in continuazione tornando da scuola, e quando stavo risalendo lungo il canale per tornare a casa mi hanno seguito in massa, schernendomi, chiedendo soldi e lanciandomi persino qualche sasso pur senza avere alcuna intenzione di colpirmi. Comunque ci hanno pensato i passanti a disperderli e scusarsi per loro con un sorriso imbarazzato.

Al momento di pranzare mi sono fermato in un ristorantino sulla strada e ho assaporato un altro momento insolito e divertente. Farsi capire non era facile, ma sono andati a prendermi una coca che non avevano e mi hanno servito del koshari, una specie di pasticcio di pasta al sugo, verdure e carne macinata. Al momento di pagare mi hanno chiesto quindici lire. Io ho allungato una lira di mancia al ragazzo che mi ha servito e mi sono fermato al bancone per fare due chiacchiere con il proprietario. Quando li ho salutati per andarmene mi hanno fermato per restituirmi cinque lire. In qualche modo mi ero conquistato il diritto alla tariffa per la gente del luogo.

 

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In viaggio l’utilità degli alberghi è sopravvalutata…

Alla fine mi sono convinto a fare una tappa ad Esna. Mi piaceva l’idea di fermarmi in un posto poco frequentato dai turisti, e poi il mio amico Mohammed mi ha quasi costretto a promettergli che avrei visitato la sua città natale. La stazione ferroviaria di Asswan è proprio in parte al mercato, a due passi dallo Yassien Hotel dove alloggiavo. Il prezzo del biglietto del treno era di sedici lire egiziane, circa due euro, partenza alle tre del pomeriggio. Era un vagone comodo e spazioso, con aria condizionata e sedili confortevoli. Ho creduto di essere finito in prima classe per sbaglio, ma forse ero solo abituato al peggio dopo tanti mesi in Africa.

Appena arrivato a Esna ho preso un minibus per il centro. L’autista parlava solo arabo, e visto che non mi ricordavo come si dicesse ‘albergo’ mi sono fatto lasciare davanti alla moschea e ho chiesto in giro. La risposta è stata che ‘non ci sono alberghi a Esna’. Ho chiamato Mohammed al telefono e lui mi ha detto che un albergo invece c’era, ma mentre lo cercavo un altro Mohammed – inutile dire che è il nome più comune tra i Paesi arabi – si è offerto di ospitarmi. ‘Per quanto tempo?’ mi chiedeva. ‘Solo un paio di giorni’. ‘Allora vieni da me! Nessun problema!’, e così l’ho seguito fino a casa sua, una costruzione vicino al Nilo piuttosto grezza, ma con una camera da letto graziosa e funzionale che il mio benefattore voleva assolutamente cedermi senza condizioni. Gli ho chiesto più volte quanto volesse, ma lui insisteva che siamo amici, ‘fratelli’ addirittura. ‘Nessun problema!’ continuava a ripetere. In realtà il problema c’era eccome. In Egitto è assolutamente vietato ospitare turisti stranieri in case private, ma come molte altre leggi anche questa varia a seconda della persona che ne è sottoposta. Più avanti avrei scoperto che lo zio di Mohammed era nientemeno che membro dell’Assemblea del Popolo – la Majlis al-Shaʿb – la camera che insieme al Consiglio Consultivo costituisce il Parlamento egiziano. Nonostante avesse poco più di trent’anni e un’aria molto poco formale, in città era molto conosciuto e rispettato. Per quanto ne capissi, passava il tempo a risolvere problemi altrui legati a burocrazia e amministrazione. Faceva ‘favori’, insomma, probabilmente in cambio di altri favori da restituire a tempo debito.

Così, travolto dal senso di ospitalità di Mohammed, mi sono lasciato adottare per qualche giorno da tutta la sua famiglia. L’anziana madre mi guardava in continuazione con benevolenza, insistendo con in arabo con il figlio affinché avessi sempre da bere e da mangiare. Il fratello maggiore di Mohammed, un simpatico omone baffuto un po’ ritardato, aveva trovato in me uno straordinario diversivo alla monotonia della piccola città, e in quei pochi giorni avrei conosciuto anche la zia, il cognato, il nipotino – i cui amici mi scrutavano timidamente dalla porta per poi scappare non appena mi rivolgessi a loro – e un buon numero di amici e compari. Nessuno dei quali parlava altro che arabo, eppure le nostre conversazioni si sarebbero protratte sempra fino a notte inoltrata, a beneficio del mio lessico e della mia scarsissima capacità di conversazione. L’arabo, devo dire, è la sola lingua che io conosca di cui non si imparino per prima cosa la parolacce.

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I faraoni sono morti, fatevene una ragione

C’è una cosa del viaggiare da soli che ho notato mentre ero in Africa: le grandi attrazioni turistiche sono da evitare come la peste. Non ho alcun dubbio che templi, cascate e safari siano un aspetto straordinario e fondamentale di un viaggio, ma andarci da solo è un po’ come essere da soli in un parco divertimenti, un’esperienza vuota e deprimente. Era con questa verità ben chiara in mente che mentre ero ad Asswan progettavo di risalire l’Egitto evitando quasi tutte le mete che da secoli attraggono i visitatori di tutto il mondo. Al tempo stesso ero in una posizione ideale per scendere fino ad Abu Simbel, dove Ramses II aveva fatto costruire due templi in onore della sua regina Nefertari, ed ero curioso di vedere che effetto mi avrebbe fatto scontrarmi con i faraoni. In fondo sentivo dentro di me che era un’esperienza necessaria, non fosse altro per convincermi definitivamente a saltare Luxor e Giza.

Avevo concordato la mia spedizione la tempio con il proprietario del mio albergo, che a sua volta era ben felice di riuscire ad appiopparmi finalmente un pacchetto turistico. Sarebbero passati a prendermi alle tre del mattino, ma io ero sceso alla reception con un’ora di anticipo. Ci avevo messo ‘solo’ quattro giorni a rendermi conto che dal Sudan all’Egitto c’è un’ora di fuso di differenza. Meglio tardi che mai. Dopo un’ora passata a guardare strane soap-opera in arabo sullo schermo dell’albergo mi hanno infilato in un pulmino con un’altra mezza dozzina di turisti e ci siamo diretti verso il confine della città. Qui ci siamo fermati ad aspettare il resto della carovana. Ebbene sì, in Egitto si viaggia ancora in carovane di mezzi scortati dalla polizia. Lo stato d’emergenza – voluto nel 1981 in seguito all’assassino del Presidente Sadat e tra i nodi fondamentali delle contestazioni attuali – impedisce inoltre ai turisti occidentali di viaggiare su mezzi privati e di concentrarsi oltre un certo numero sullo stesso pullman. In realtà ora lo stato di emergenza sembra essere uno strumento di oppressione più che di contenimento, la sicurezza dei turisti è intaccata molto raramente e le leggi relative al loro sopostamento sono applicate con una certa elasticità. Ma tant’è, eravamo sull’autostrada in attesa del nostro convoglio, e così ho avuto modo di constatare il primo segnale relativo a una situazione da turismo di massa: il tè, che di solito costa una o due lire egiziane, era passato a dieci nella piazzola di sosta dove eravamo parcheggiati. L’acqua da mezzo litro costava quindici.

Per coprire i 260 chilometri di strada fino ad Abu Simbel ci abbiamo messo quattro ore. Per visitare i due templi avevamo a disposizione quarantacinque minuti. A me ne sono bastati venti. Sono sceso dal pulmino, ho respirato profondamente cercando di entrare nello stato mentale adatto alle circostanze, e ho fatto le foto di rito. Dopo dieci minuti ero già pentito di essermi imbarcato in quella gita adatta solo ai quattro giapponesi con noi che in tre quarti d’ora avranno fatto almeno settecento fotografie. Non solo la magia del sito era completamente stravolta dalla presenza di centinaia di turisti, dalle bancarelle di souvenirs e dai ritmi serrati a cui venivamo forzati. Nemmeno scattare fotografie, il mio passatempo preferito, sembrava aver alcun senso in un posto simile, dove sapevo bene che lo scatto migliore l’aveva già fatto qualcun altro e potevo comprarne il poster alla bancarella lì accanto e non c’era niente che potessi fare per rendere quell’esperienza un po’ più privata e personale. A parte forse staccare il naso a una statua e portartelo a casa. Ma anche quello l’avevano già fatto copiosamente i francesi agli ordini di Napoleone a loro tempo, i cui sfregi erano visibili chiaramente sulle rocce millenarie del complesso.

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Comprarsi un amico in città

Le mie giornate ad Asswan scorrevano ad un ritmo piuttosto blando. Chiuso per la maggiorparte del tempo in camera, scrivevo e uscivo praticamente solo per i pasti. Dopo mangiato passeggiavo un po’ per la città, ma l’aggressività dei commercianti egiziani mi faceva rimpiangere la quiete del mio albergo. Avevo bisogno di un po’ di compagnia, qualcuno con cui fare due chiacchiere, ed ero disposto a pagare per ottenerla.

Tra tutti gli assalitori che imperversavano per il mercato turistico, Mohammed era di gran lunga il più simpatico. Originario di Esna, 160 chilometri più a nord lungo i Nilo, era insegnante di francese ma parlava anche l’italiano e un po’ di russo. Le difficili condizioni economiche del Paese lo avevano cosrtetto a trasferirsi ad Asswan per lavorare in un negozio di vestiti di un suo amico. Era gentile e divertente, perciò mi sono convinto a comprare un paio di camice per farmelo amico. Sapevo che una volta placata la sua smania di venditore avrei trovato un po’ di pace sotto la sua tenda, inoltre il viaggio sul Nilo aveva segnato drammaticamente il mio guardaroba e un paio di indumenti in più mi facevano comodo. Non avevo dubbi che ero stato ‘leggermente’ fregato sul prezzo, ma da quel momento né Mohammed né il suo amico Naceur insistevano nel propormi altri articoli, mi accoglievano con gioia, mi offrivano il tè o un pezzo di focaccia e chiacchieravamo amabilmente all’ombra della loro tenda.

Vedere Mohammed che agganciava i turisti era un po’ come osservare uno spettacolo teatrale da dietro le quinte. A volte non esitava a insultare i passanti o a urlare come un pazzo pur di ottenere un po’ di attenzione. La sera il negozio rimaneva aperto fino a tardi e alla fine il mio amico si chiudeva dentro e dormiva su una pila di indumenti fino al mattino dopo, quando all’alba riapriva e iniziava a sistemare la merce sulla strada. Mi ha parlato molto della sua Esna, al punto da convincermi a dedicarle una visita una volta che mi sarei rimesso in moto. Naceur invece passava la maggior parte del tempo a fumare mariuana dentro il negozio e a lamentarsi della scarsità di clienti. Per entrambi la rivoluzione a cui era stato sottoposto il Paese era una fiaba per bambini, una chimera a cui non era impossibile credere. Il turismo era crollato, e di conseguenza anche i loro affari, il governo di transizione non aveva le risorse necessarie per sostenere l’economia locale e il futuro sembrava tetro e incerto. Non che rimpiangessero Mubarak. Entrambi concordavano nel ritenere l’ex-presidente un deliquente che aveva precipitato l’Egitto in un baratro per arricchire la sua famiglia. Ero ben lontano dai focolai di protesta che avevano portato sulle strade migliaia di manifestanti al Cairo e in Alessandria. Nella profonda Nubia la gente ieri come oggi aveva soltanto una preoccupazione, la più antica del mondo, la sola incontestabile: portare il cibo in tavola.

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