Degna conclusione di un lungo viaggio

Nonostante lo tenessi tra le mani, non riuscivo ancora a crederci. Avevo un biglietto aereo per Roma. L’indomani alle cinque del mattino un pullman mi avrebbe riportato al Cairo – venerdì e sabato il treno espresso non è in servizio – e alle nove e mezza del mattino successivo sarebbe decollato l’aereo per Fiumicino. Cioè, sarebbe ‘dovuto’ decollare.

Finiva così, senza gloria, senza fuochi d’artificio. Una tappa insulsa in un vicolo cieco – Alessandria – lo stallo, l’incertezza, e un aereo per tornare a casa da un viaggio in cui mi ero ripromesso di non volare. Molto poco edificante. La mia ricerca di una nave per il ritorno in patria non aveva dato i frutti sperati. Avevo la vaga sensazione che insistendo avrei avuto più fortuna, ma con molto tempo e pazienza a disposizione. Due articoli di cui mi trovavo sprovvisto già da parecchio. Eppure è strano come basti avere un biglietto in tasca – la data di scadenza che incombe sulla nostra presenza fisica in un luogo – per dare nuovamente un senso alle cose. Non ero più un esule disperso in mezzo a un viaggio senza più alcun senso. Avevo di nuovo una direzione, una meta. Mi trovavo in un posto che presto avrei lasciato, e perciò tanto più affascinante e gradevole.

L’ultima sera ad Alex sono andato in cerca del suo fascino bohemien. Dopo il tramonto, la città è illuminata da vecchi lampioni di ricordo ottocentesco, la cui luce gialla conferisce un tono più caldo e avvolgente ai mercati, ai cafè, ai monumenti. Ero alla ricerca del Cap d’Or, un vecchio ristorante famoso tra turisti e viaggiatori per l’atmosfera scanzonata e la possibilità di consumare alcolici. Come spesso mi era accaduto in Africa, nessuno sembrava essere in grado di aiutarmi a raggiungere la mia meta, ma perdermi per i quartieri in degrado di quella che una volta era la città più cosmopolita del Mediterraneo non mi dispiaceva. Davanti all’Università, i cui quartieri si affacciano sul mare, un sit-in studentesco mi ricordava che stavo per lasciare un paese in cui era ancora in corso una rivoluzione. Da lì a qualche settimana sarebbe tornato a scorrere il sangue per le strade della città, ma quella sera si respirava solo la brezza sollevata dal mare, la tensione di una fase di transizione ancora non esaurita, e le speranze dei giovani che finalmente intravedevano la possibilità di riappropriarsi del loro futuro.

Ma i sogni, purtroppo, finiscono, proprio come i viaggi. Riprendersi da entrambi può apparire simile per molti versi. La realtà ti si pone sempre più nitida davanti agli occhi, le azioni compiute fino a poco tempo fa perdono in dettaglio, diventano gesta epiche di cui improvvisamente si inizia a dubitare. I problemi e i dubbi accantonati fino a poco prima tornano a premere imperiosi contro le nostre esili certezze. Tornare da un lungo viaggio è proprio come svegliarsi da un lungo sogno, e la realtà non è mai come ce la ricordavamo.

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Informazioni su Flavio Alagia

Esploratore intergalattico e cantastorie
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