Perdersi è a volte il solo modo per capire dove stai andando

Durante la mia breve permanenza al Cairo ogni volta che uscivo con una meta in testa non riuscivo mai a raggiungerla. E forse è stato meglio così, la città è una di quelle che per conoscerle bisogna perdersi tra le vie e gli anfratti più reconditi, per poi ritrovarsi di fronte ad atmosfere da mille e una notte che non si sarebbero mai assaporate con un chiaro itinerario sotto i piedi.

Dicevo, a parte la mezza mattinata trascorsa al Museo Egizio – triste pilastro di antica memoria somigliante perlopiù a un vecchio magazzino dimesso – ogni volta che uscivo in città mi perdevo. Mi sono perso mentre giravo per Mari Girgis, il quartiere copto della città, e sono arrivato fino alla Corniche – la strada che affianca gli argini del Nilo – per poi attraversare il fiume sul ponte fino all’isoletta chiamata Roda. La città fluviale è un misto di degrado e incedere della vegetazione, dove arbusti e alte frasche ricoprono palazzi leopardati – tali sono le condizioni delle loro facciate tra gli effetti di collassi, incendi e umidità. Un immagine molto pittoresca che non può fare a meno di ricordare allo spettore, precedentemente incantato dalla cultura araba, che in fin dei conti anche quella è Africa.

Mi sono perso quando volevo arrivare a Al-Hazan Park, dalla cui collina si gode – dicono – di una vista incantata sulla città, soprattutto al tramonto. Sempre dritto, non sembrava difficile. Senza volerlo sono finito nel quartiere islamico – insolito appellativo per la capitale di una nazione completamente islamica – e mi sono ritrovato ad ammirare una serie di maestose moschee, una dietro l’altra, mentre mi infilavo in viottoli malconci ma non privi di fascino. Devo dire che le moschee mi piacciono più delle piramidi. C’è sempre qualcosa di non detto nel fascino delle torri illuminate la sera, delle cupole che tanto mi ricordano la skyline di Disneyland, o della calca di gente davanti alle botteghe che sorgono numerose nelle aree limitrofe.

Perdersi per ritrovarsi, per capire chi sei e dove stai andando. Quando sei perso irrimediabilmente, quando hai mandato al diavolo l’illusione di ritrovare la strada tramite cartine imprecise e brandelli di informazioni, e sei pronto a farti soprendere dalla tua prossima tappa, ecco a quel punto non esiste più una strada sbagliata. Sono tutte giuste, ti portano tutte dove devi andare. Quando ti sei liberato di ogni illusione e falsa informazione, tutto quello che hai davanti è conoscenza. Il mio perdermi mi aveva ricordato che arrancavo quasi senza meta da quasi un anno. Che non avevo spiaccicato una parola di italiano da almeno sei mesi, né in inglese da due. Che bramavo ardentemente un piatto di pasta e una pizza. Che non avevo visto del vino da quando avevo lasciato il Sud Africa. Tutte cose su cui riflettere.

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Informazioni su Flavio Alagia

Esploratore intergalattico e cantastorie
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