Trovare un biglietto per Wadi Halfa non è mai stato tanto divertente

Dopo il lungo viaggio sul Nilo – dove la polizia del SPLA aveva provveduto ad alleggerirmi di parte dei miei averi – e la registrazione al Foreign Office – cinquanta dollari americani per comparire su un registro obbligatorio nonostante il visto già pagato – ero seriamente preoccupato per la mia situazione finanziaria. Mi trovavo ancora in un paese dove le mie carte bancarie avevano più o meno la stessa utilità di una buccia di banana, e il fondo di mille dollari che mi ero preparato in Uganda cominciava ad assottigliarsi sensibilmente. Se a questo aggiungiamo il fatto che Khartoum, nonostante la straordinaria gentilezza dei suoi abitanti, è una città caotica e inospitale, ecco spiegato perché mi fosse venuta proprio voglia di avvicinarmi al confine con l’Egitto il più rapidamente possibile.

La mia meta era Wadi Halfa, ultimo avamposto sudanese prima del regno dei faraoni, umile cittadina sprofondata nel deserto di Nubia. Per arrivarci mi ci voleva un pullman che attraversasse le lande desertiche fino al lago Nasser, e per trovare il pullman dovevo necessariamente ricolgermi ai passanti per reperire informazioni utili. Ahimé.

La meravigliosa disposizione dei sudanesi nei confronti degli stranieri sembra non consentire loro di lasciare una domanda senza risposta, né di ammettere – orrore degli orrori – la propria ignoranza riguardo alla locazione di un elemento cittadino. Così ho lasciato che la loro fantasia si sfogasse con me e ho cominciato a rimbalzare da un angolo all’altro della città alla ricerca di un’agenzia di pullman a lunga percorrenza. A Sajjana, nel cuore della città, dove era situato il Central Hotel in cui alloggiavo, c’era la stazione dei mezzi urbani, ma nulla che potesse portarmi aldilà dei confini cittadini. Mi sono infilato in un paio di agenzie turistiche ed è davvero incredibile con quale trasporto e convizione l’impiegato di una di queste mi abbia indicato la strada verso la stazione ferroviaria. Incredibile perché non avrei potuto ottenere informazione più inutile.

La stazione di Khartoum non è più in funzione da chissà quanto tempo. L’area circostante è occupata da bancarelle e venditori di ogni genere di prodotti, dai chioschi di succhi di frutta ai venditori di datteri, da cellulari a cavi per l’alimentazione di ogni forma e dimensione, passando per vestiti, borse, scarpe, e chissà cos’altro. Ho continuato la mia ricerca sotto il sole cocente fermando di tanto in tanto un passante con sempre la solita domanda: ‘Aina mahatta hafila fi Wadi Halfa?‘ – dov’è la stazione dei pullman per Wadi Halfa? Ed ecco che dalla bocca di qualcuno è saltata fuori Bahri.

Bahri è un quartiere a nord della città dove è presente un’altra stazione di autobus. Per arrivarci mi sono fatto aiutare da Abu, il direttore del Central Hotel, che ha istruito l’autista di un taxi a mio beneficio. Dopo aver attraversato il traffico cittadino e un ampio ponte sul Nilo, siamo arrivati a destinazione, una piccola bolgia metropolitana di terra e sabbia dove si susseguono una dozzina di uffici di compagnie di pullman, tutte affollate di viaggiatori con tanto di bagagli e provviste al seguito. Il mio autista – evidentemente istruito da Abu molto meglio di quanto potessi sperare – aveva parcheggiato la macchina ai margini della stazione e mi precedeva diretto verso la mischia di persone e sportelli. Ben prima che io potessi aprire bocca aveva già fatto passare quattro agenzie e aveva trovato quella che effettivamente mi poteva servire allo scopo. Qui ho trovato anche il solo impiegato capace di parlare un po’ di inglese, che mi ha accompagnato nel retro del palazzo e mi ha indicato la persona che avrebbe dato risposta alla mia interrogazione. E la risposta è stata ‘forse’, seguita da ‘più tardi’, poi ‘tra un’ora’, ‘un attimo’, ‘sei ancora qui?’…

L’autobus del giorno seguente era già al completo, ma sembrava che potessi trovare posto su quello successivo. Però ero stato condannato a un’attesa snervante con la scusa che dovevo attendere l’arrivo dell’incaricato all’emissione dei biglietti. Era passata almeno un’ora, gran parte della quale l’avevo trascorsa a osservare l’operato di un anziano guaritore sdraiato per terra su un sottile telo bianco di stoffa. Mi divertiva e incuriosiva vedere come la gente lo trattasse con grande riguardo, persino gente dall’aria importante con le scarpe lucide e la candida tunica bianca immacolata. Nessuno gli passava davanti senza rivolgergli almeno un cenno di saluto, e quando un signore distinto gli si è seduto accanto per confidargli le sue afflizioni, il vegliardo gli ha fatto spalancare la bocca, gli ha infilato due dita fino ad accarezzargli l’ugola e poi lo ha spedito via con alcune bustine dal contenuto imprecisabile. Terminato lo spettacolo ho raggiunto il mio autista in macchina e ce la siamo squagliata, alla faccia di quei quattro perditempo che mi avevano solo fatto sprecare un’ora sotto il sole.

Avevo ancora una speranza. Qualcuno nei giorni appena trascorsi mi aveva accennato ad un’agenzia turistica nei pressi di Sajjana. Ho condiviso l’informazione con il tassista e lui ha cominciato a fermare tutti i passanti fino a che qualcuno non si è prestato a collaborare, è andato a chiamare fuori il negoziante lì accanto, che si è rivolto al vicino del piano di sopra che è sceso e ha iniziato a spiegare nei dettagli l’esatta posizione dell’ufficio che cercavamo. Quindici minuti e 85 sterline sudanesi dopo avevo in mano un biglietto per Wadi Halfa, partenza alle cinque del mattino. Ce l’avevo fatta, non mi restava che sperare di svegliarmi in tempo per non perdere il pullman come a Dar.

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Informazioni su Flavio Alagia

Esploratore intergalattico e cantastorie
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