La nave della speranza

Primo giorno di viaggio. Konyo Konyo, Juba. Nell’ufficio portuale alle nove di mattina non c’era nessuno, così ho cominciato a chiedere in giro finché non ho trovato una nave che andava a Malakal, circa 800km verso nord lungo il Nilo Bianco. Una nave motrice con due piattaforme cariche di merci coperte da teli di plastica. Il viaggio richiedeva circa una settimana, ma mi avevano detto che con una ‘mancia’ per il capitano avrei dovuto assicurarmi un posto in una delle cabine dell’equipaggio. Ad aspettare la partenza della nave insieme a me c’era Asmaron, eritreo. Si sarebbe preso cura di me come un fratello maggiore. Io, fuorviato dal parlare confuso degli astanti mi ero convinto che fosse un macchinista e avevo riversato su di lui tutte le mie aspettative per un viaggio comodo e rapido. Stavano ancora aspettando il carburante, così intanto sono andato a recuperare i miei bagagli in tenda al Nile River Hotel. Ho anche comprato un po’ di provviste. 5 bottiglie d’acqua da mezzo litro, 2 cartoni da un litro e mezzo di succo di mango, una scatola di cereali tipo corn flakes, 1kg di pane, 12 ciambelle, 12 banane, miele, due pacchetti di sigarette. Non era granché, ma confidavo di riuscire a fare altri acquisti man mano che ci saremmo fermati ai vari porti intermedi. Intanto che aspettavo un ragazzo di Malakal mi ha indicato altri miei compagni di viaggio, un gruppo di somali molto giovani, quasi tutti uomini a parte una ragazza, e ha aggiunto ‘quelli sono sempre in guerra, non so cosa non va nella loro testa’. Una considerazione quasi buffa detta da un sudanese, il cui paese è stato impegnato in una guerra civile per cinquant’anni e ancora deve uscirne fuori del tutto. Più in là c’erano dei Nuer, i pastori di Etiopia e Sudan con le loro tipiche cicatrici sulla fronte. Poi ancora ragazzi provenienti dal Darfur e dal Kurdufan e qualche commerciante kenyota. I passeggeri che effettivamente stavano accompagnando della merce erano relativamente pochi in questa variegata compagine di viaggiatori.

Verso le due del pomeriggio è finalmente arrivato il carburante e ci siamo messi in movimento, ma poco prima è salito a bordo un generale dell’SPLA – Sudan People’s Liberation Army – con alcuni soldati armati di fucili mitragliatori. Si è sistemato nella cabina che avrei dovuto occupare io. Finalmente mi sono anche reso conto che il povero Asmaron non era altro che un povero passeggero come me diretto a Malakal con un carico di birre per l’albergo del fratello. Sin dall’inizio si è dimostrato molto gentile, mi ha fatto sistemare la mia roba insieme alla sua, annunciando subito dopo che il suo cibo e la sua acqua erano anche miei. Il viaggio comunque è gratuito, paga solo chi ha della merce da trasportare.

Girando tra le piattaforme ho incontrato Abdu, suo fratello Adam e Mohammed, del Darfur. Mi hanno aiutato con il mio arabo e io loro con un po’ di inglese. Abdu era ricercatore all’università, ma è rimasto senza lavoro e ora stava andando a Karthoum. Il tramonto viene salutato con un tè caldo e dolce preparato da alcune donne con un evidente senso per gli affari e servito per una sterlina al bicchiere. Poi ho incontrato Ahmed, un’altra compagnia che si sarebbe rivelata fondamentale nel corso del viaggio. Distinto, sulla cinquantina, è somalo ma è nato e cresciuto in Kenya. Stava masticando in continuazione foglie di mirah, una pianta proveniente dal Kenya che ha un effetto simile alla cocaina, e le condivideva con entusiasmo con i suoi compagni somali. Quando era giovane Ahmed guidava i camion carichi di questa preziosa pianta dal Kenya fino in Somalia dove veniva utilizzata nella maggior parte dei casi per ottenere dei soldati brutali e senza paura. Ora stava portando dei pannelli solari per conto dell’SPLA. Masticando incessantemente mi ha raccontato un po’ della sua famiglia, due mogli e sedici figli. Non abitano tutti insieme, ma dividono una bifamiliare in Kenya. Quando è a casa Ahmed passa a turno colazione e pranzo da una famiglia, cena dall’altra. Tra noi c’era anche Mohammed, somalo pure lui, che si era unito a un gruppo di suoi connazionali con il comune intento di raggiungere l’Europa. La sorella Deha mi rivolgeva uno sguardo dolce e amorevole da sotto il velo che le copriva il capo, e ha subito rivelato senza molte remore un debole nei miei confronti. ‘Vuole insegnarti il somalo – mi dice prontamente il fratello – e non è fidanzata!’

Dopo che il sonno aveva preso il sopravvento sui miei compagni, mi sono sdraiato anch’io su un telo azzurro per fissare le stelle, senza dormire ma con tanti sogni per la testa. Il corso del fiume è irregolare e frastagliato, così quando la notte ha reso troppo pericoloso il proseguimento ci siamo fermati a un piccolo molo. Stranamente c’erano poche zanzare a tormentarmi, le mie gambe protette sotto il telo impermeabile per lo zaino. Davanti ai miei occhi l’incrociarsi di lucciole, astri, satelliti e aerei. Alla prima stella cadente la sola richiesta era che potesse andare tutto bene, per me e per questi ragazzi.

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Informazioni su Flavio Alagia

Esploratore intergalattico e cantastorie
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2 risposte a La nave della speranza

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