Il viaggio non finisce mai

Il viaggio più importante è quello alla scoperta di noi stessi. Un viaggio che non finsice mai, perché il territorio che esploriamo si modifica ed evolve man mano che ne scopriamo nuovi dettagli. Percorrere questo tipo di viaggio significa prendersi del tempo per ascoltare le indicazioni, ma anche confrontarsi con esperienze, luoghi e persone diversi dal nostro quotidiano. Affrontare gli ostacoli, accettare gli imprevisti, scoprirsi capaci di gesti inaspettati. Misurare la nostra umanità a contatto con fame, povertà e disperazione. Ammettere i nostri pregiudizi, discutere quelli degli altri, ricomporre le distanze emotive e culturali. Ecco allora che il viaggio verso l’esterno può facilmente coincidere con il viaggio verso l’interno.

Il viaggio alla scoperta del mondo può essere affrontato in mille modi diversi, nessuno dei quali è sbagliato, improprio né tantomeno definitivo. Tutto dipende da cosa desideriamo ricavare dalla nostra esperienza. Nel mio caso la prima regola è ridurre al minimo essenziale la progettazione. Non seguire un piano preciso mi permette di improvvisare liberamente, cambiare idea all’ultimo momento, seguire compagni casuali incontrati per strada e godere a piacimento dell’inaspettata bellezza di un posto.

Oltre a improvvisare il più possibile, solitamente preferisco evitare grandi alberghi e ristoranti, tour organizzati, località prettamente turistiche e soprattutto aerei. Sì, odio volare. Amo invece gli spostamenti in treno, autobus e battello, sperimentare la cucina locale soprattutto se in tuguri frequentati solo da persone del luogo, mettere alla prova la mia resistenza in improbabili catapecchie adibite ad alberghi e incontrare altri viaggiatori negli ostelli per saccoapelisti.

Questo è il racconto del mio viaggio attraverso l’Africa. Cercherò di indicare con precisione luoghi, alberghi, mezzi di trasporto e prezzi. Tuttavia questo blog non è una guida. Alpiù potrei vederlo come una fonte di ispirazione, magari contenente qualche utile suggerimento. In ogni caso è il mio viaggio, una delle esperienze più straordinarie che abbia mai compiuto a termine (ma è davvero giunto a termine?), e sono felice di metterlo a vostra disposizione. Spero vi piaccia, ecco.

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Buon viaggio!

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Degna conclusione di un lungo viaggio

Nonostante lo tenessi tra le mani, non riuscivo ancora a crederci. Avevo un biglietto aereo per Roma. L’indomani alle cinque del mattino un pullman mi avrebbe riportato al Cairo – venerdì e sabato il treno espresso non è in servizio – e alle nove e mezza del mattino successivo sarebbe decollato l’aereo per Fiumicino. Cioè, sarebbe ‘dovuto’ decollare.

Finiva così, senza gloria, senza fuochi d’artificio. Una tappa insulsa in un vicolo cieco – Alessandria – lo stallo, l’incertezza, e un aereo per tornare a casa da un viaggio in cui mi ero ripromesso di non volare. Molto poco edificante. La mia ricerca di una nave per il ritorno in patria non aveva dato i frutti sperati. Avevo la vaga sensazione che insistendo avrei avuto più fortuna, ma con molto tempo e pazienza a disposizione. Due articoli di cui mi trovavo sprovvisto già da parecchio. Eppure è strano come basti avere un biglietto in tasca – la data di scadenza che incombe sulla nostra presenza fisica in un luogo – per dare nuovamente un senso alle cose. Non ero più un esule disperso in mezzo a un viaggio senza più alcun senso. Avevo di nuovo una direzione, una meta. Mi trovavo in un posto che presto avrei lasciato, e perciò tanto più affascinante e gradevole.

L’ultima sera ad Alex sono andato in cerca del suo fascino bohemien. Dopo il tramonto, la città è illuminata da vecchi lampioni di ricordo ottocentesco, la cui luce gialla conferisce un tono più caldo e avvolgente ai mercati, ai cafè, ai monumenti. Ero alla ricerca del Cap d’Or, un vecchio ristorante famoso tra turisti e viaggiatori per l’atmosfera scanzonata e la possibilità di consumare alcolici. Come spesso mi era accaduto in Africa, nessuno sembrava essere in grado di aiutarmi a raggiungere la mia meta, ma perdermi per i quartieri in degrado di quella che una volta era la città più cosmopolita del Mediterraneo non mi dispiaceva. Davanti all’Università, i cui quartieri si affacciano sul mare, un sit-in studentesco mi ricordava che stavo per lasciare un paese in cui era ancora in corso una rivoluzione. Da lì a qualche settimana sarebbe tornato a scorrere il sangue per le strade della città, ma quella sera si respirava solo la brezza sollevata dal mare, la tensione di una fase di transizione ancora non esaurita, e le speranze dei giovani che finalmente intravedevano la possibilità di riappropriarsi del loro futuro.

Ma i sogni, purtroppo, finiscono, proprio come i viaggi. Riprendersi da entrambi può apparire simile per molti versi. La realtà ti si pone sempre più nitida davanti agli occhi, le azioni compiute fino a poco tempo fa perdono in dettaglio, diventano gesta epiche di cui improvvisamente si inizia a dubitare. I problemi e i dubbi accantonati fino a poco prima tornano a premere imperiosi contro le nostre esili certezze. Tornare da un lungo viaggio è proprio come svegliarsi da un lungo sogno, e la realtà non è mai come ce la ricordavamo.

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Il viaggio finisce nella tua testa prima ancora di arrivare a destinazione

Terzo giorno ad Alex, e ancora non avevo trovato un’imbarcazione per l’Italia. In compenso avevo camminato su e giù per tutta la città come un mulo. Alla ricerca di una nave sono arrivato fino al porto militare – trovando solo cantieri polverosi – ho chiesto in molte agenzie turistiche, ho chiamato le compagnie di trasporto marittimo, tutto per arrivare al solo risultato che non c’erano navi dirette in Italia, le crociere erano state sospese a causa dei disordini nei paesi arabi, le compagnie di trasporto non prendevano passeggeri e io non riuscivo a trovare ragioni valide per godere di questa città.

Alessandria non è ‘bella’, il traffico è caotico, dalla mia stanza si sentono clacson e frenate fino a tarda notte, ma non manca qualche aspetto fascinoso. Come il canto del muezzin che ti sorprende in mezzo al mercato, i palazzi coloniali dall’aria decadente – ‘non in rovina’ – i monumenti greci e alessandrini, il tè sulla spiaggia i ristoranti di pesce e le bellissime donne velate spesso riportanti i segni di una commistione culturale senza dubbio oscurata dal tempo ma non estinta. La città cosmopolita, sopravvissuta alla rivoluzione anti-monarchica del ’51, ha smesso di essere tale dopo l’attacco congiunto di Israele Regno Unito e Francia nel 1954. Rimangono un paio di café che ancora ricordano vagamente i bei tempi andati, i nomi delle vie, qualche ristorante europeo e i palazzi coloniali.

Due sere di seguito ho notato macchine strombazzare per qualche matrimonio, e due notti di seguito sembrava che si fossero riuniti proprio sotto il mio balcone per urlare a squarcia gola, imitare musichette con i clacson e bloccare la via con le macchine. Ogni volta combattevo con la tentazione di scendere a vedere cosa stesse accadendo, ma mi sembrava di non riuscire più a lasciarmi coinvolgere da ciò che mi circondava, la testa era già in patria, niente di quello che vedevo riusciva a convincermi che c’era ancora una ragione valida per ritardare il reintro in Italia.

Tutto questo non mi apparteneva più, era finita. Il viaggio finisce nella testa prima ancora di arrivare a destinazione. La domanda ricorrente di ogni viaggio è ‘cosa ci sto a fare qui?’ ma quando la risposta manca per un lungo periodo bisogna sostituire la domanda con ‘è arrivato il momento di tornare a casa?’ e poi arriva ‘ma dov’è “casa”?’

Ecco io stavo per tornare. Ma tornare dove? Era da tempo che non sapevo più rispondere con convizione alla apparentemente semplice domanda ‘dove abiti?’, e in quanto a cosa mi aspettasse oltre il mare, non ne avevo più alcuna idea.

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Alessandria, l’ultima tappa

La metropolitana a Tahrir alle otto del mattino era piuttosto affollata, ma sono riuscito ad arrivare a Ramses Station senza troppi disagi. Shwarma per colazione e poi diritto al binario quattro. La prima classe per Alex è comoda e spaziosa, aria condizionata e servizio ristorazione. Io ne ho approfittato per dormire. In meno di tre ore siamo arrivati alla prima fermata cittadina, dove scendono solo impiegati, burocrati e uomini d’affari. Noi turisti arriviamo fino in centro. Il lungomare è a circa un chilometro di distanza. Con lo zaino il minibus è fuori discussione, avrei potuto camminare ma mi sono fatto convincere a prendere un taxi per 10£ fino all’albergo.

Lo Union è al quinto piano di un palazzo su via 26 luglio, vista sul mare, facchini, servizio in camera, tivvù, bagno privato. La città non era come me la aspettavo, sembrava uguale a una qualunque altra città egiziana, con traffico caotico, rimore dei clacson, inquinamento. La presenza del mare continuava a darmi una buona sensazione e avevo ancora qualche speranza di scoprire qualche aspetto nascosto del fascino di Alex.

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Piani destinati a fallire

Cercavo di capire cosa mi sarei dovuto aspettare dalla conclusione del mio viaggio. Cominciavo a sentire la stanchezza, e il fatto di non avere niente di intelligente da fare mi faceva sentire nel posto sbagliato ovunque mi trovassi. Come se non bastasse l’otturatore della mia macchina fotografica era andato a farsi benedire da quando avevo lasciato Hurghada – forse la sabbia del deserto nubiano o la salsedine nella brezza marina – e senza la mia fedele Nikon mi sentivo nudo come un verme e inutile come la birra senz’alcool, soprattutto in una città ancora in preda alla rivoluzione dove tutto poteva accadere. Non ci è voluto molto per capire che il fatto che mi fossi fermato a pensarci era solo un sintomo della stanchezza e della mia incertezza. Azione, non parole! Così ho telefonato in Alessandria per prenotare una camera all’Union Hotel e sono andato in Ramses Station a comprare un biglietto del treno.

Alessandria sarebbe stata la mia ultima tappa. In realtà mi sarebbe piaciuto arrivare fino in Tunisia – e magari arrivare su un gommone a Lampedusa! – ma avrei dovuto attraversare la Libia ancora sotto il fuoco della guerra civile, e il mio senso dell’avventura non bastava a una tale avventatezza, non senza la minima preparazione né uno straccio di appoggio logistico. Non volevo essere l’idiota che si è fatto ammazzera senza apparente motivo in una guerra in cui non c’entrava niente.

Fantasticavo di proseguire la marcia terrestre fino in Turchia, e poi arrivare in Grecia e sui balcani, ma in mezzo c’erano Giordano, Libano, Israele e Palestina. Smaniavo di visitare quei luoghi, ma non allo stremo delle mie forze fisiche e psichiche, in preda alla fretta di tornare a casa e perdendomi di conseguenza tutto ciò che valeva la pena fare e vedere. Quello sarebbe stato un altro viaggio, ne ero certo.

Così mi sono messo in treno verso Alessandria – Eskandrìa, o come preferisco io semplicemente Alex – da dove speravo di raggiungere il Belpaese in nave. Un altro piano destinato a fallire.

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Perdersi è a volte il solo modo per capire dove stai andando

Durante la mia breve permanenza al Cairo ogni volta che uscivo con una meta in testa non riuscivo mai a raggiungerla. E forse è stato meglio così, la città è una di quelle che per conoscerle bisogna perdersi tra le vie e gli anfratti più reconditi, per poi ritrovarsi di fronte ad atmosfere da mille e una notte che non si sarebbero mai assaporate con un chiaro itinerario sotto i piedi.

Dicevo, a parte la mezza mattinata trascorsa al Museo Egizio – triste pilastro di antica memoria somigliante perlopiù a un vecchio magazzino dimesso – ogni volta che uscivo in città mi perdevo. Mi sono perso mentre giravo per Mari Girgis, il quartiere copto della città, e sono arrivato fino alla Corniche – la strada che affianca gli argini del Nilo – per poi attraversare il fiume sul ponte fino all’isoletta chiamata Roda. La città fluviale è un misto di degrado e incedere della vegetazione, dove arbusti e alte frasche ricoprono palazzi leopardati – tali sono le condizioni delle loro facciate tra gli effetti di collassi, incendi e umidità. Un immagine molto pittoresca che non può fare a meno di ricordare allo spettore, precedentemente incantato dalla cultura araba, che in fin dei conti anche quella è Africa.

Mi sono perso quando volevo arrivare a Al-Hazan Park, dalla cui collina si gode – dicono – di una vista incantata sulla città, soprattutto al tramonto. Sempre dritto, non sembrava difficile. Senza volerlo sono finito nel quartiere islamico – insolito appellativo per la capitale di una nazione completamente islamica – e mi sono ritrovato ad ammirare una serie di maestose moschee, una dietro l’altra, mentre mi infilavo in viottoli malconci ma non privi di fascino. Devo dire che le moschee mi piacciono più delle piramidi. C’è sempre qualcosa di non detto nel fascino delle torri illuminate la sera, delle cupole che tanto mi ricordano la skyline di Disneyland, o della calca di gente davanti alle botteghe che sorgono numerose nelle aree limitrofe.

Perdersi per ritrovarsi, per capire chi sei e dove stai andando. Quando sei perso irrimediabilmente, quando hai mandato al diavolo l’illusione di ritrovare la strada tramite cartine imprecise e brandelli di informazioni, e sei pronto a farti soprendere dalla tua prossima tappa, ecco a quel punto non esiste più una strada sbagliata. Sono tutte giuste, ti portano tutte dove devi andare. Quando ti sei liberato di ogni illusione e falsa informazione, tutto quello che hai davanti è conoscenza. Il mio perdermi mi aveva ricordato che arrancavo quasi senza meta da quasi un anno. Che non avevo spiaccicato una parola di italiano da almeno sei mesi, né in inglese da due. Che bramavo ardentemente un piatto di pasta e una pizza. Che non avevo visto del vino da quando avevo lasciato il Sud Africa. Tutte cose su cui riflettere.

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